RICERCA SUL COLORE

L’obiettivo della ricerca sul colore urbano ed in particolare sul colore di di Roma è stato quello di realizzare uno studio sul colore della città da utilizzare come strumento per la salvaguardia dei suoi valori cromatico-ambientali.

Scrive Marcella Morlacchi, nella presentazione delle sue opere in un catalogo del 1991: “Per riconoscere oggi il vero colore di Roma dovremmo andare, d’inverno, sul lungotevere e, con le spalle alla Farnesina, guardare attraverso le rade foglie dei platani il colore di palazzo Farnese. Esso è la sintesi dell’accostamento di due tipici materiali di superficie che da secoli, dall’epoca romana agli anni dell’eclettismo, rivestono i muri degli edifici, a protezione e decoro della struttura sottostante: il travertino ed il laterizio a cortina, in tutte le loro infinite sfumature di tono.”

LA TAVOLOZZA DEI COLORI DEL PIANO DEL COLORE DEL MUNICIPIO II DI ROMA

Sin dal Cinquecento (ad imitazione del palazzo della Cancelleria, tutto in lastre di travertino, e di palazzo Farnese, con ordini di travertino e fondi di laterizio) la pietra ed il laterizio sono presenti sui muri dei palazzi dei signori, mentre per le committenze più modeste – al fine di ottenere gli stessi effetti estetici di decoro con minore spesa – esse sono applicate solo in parte. Per questa ragione nei punti più nevralgici della struttura muraria (cantonali, basamenti, ecc.) vengono posizionati elementi di vero travertino, mentre nelle parti meno soggette al degrado o meno esposte alla vista i due materiali vengono perfettamente imitati con l’intonaco e lo stucco, sui quali un magistrale velo di scialbatura annulla del tutto la differenza tra vero e simulato…

….La percezione visiva della fusione cromatica tra il bianco dorato del travertino e il rosso mattone del laterizio suggeriva quindi per la città il bell’appellativo di “Roma, la città rosa”. Quel “dolce colore d’oriental zaffiro” di antica memoria, il “color aria” (“gris del line” o “pavoncello”) sui fondi murati tra gli ordini classici in luogo del color laterizio, rappresenta solo un particolare episodio cromatico, circoscritto al Settecento, ed a quegli edifici per i quali l’architetto sentiva forte l’esigenza di smaterializzare e rendere quasi evanescente la scatola muraria, affidando alla magia del colore l’incarico di realizzare un effetto-loggiato, come se al di là del telaio strutturale trasparisse la chiara luce azzurra del cielo o il verde pallido delle lontane colline.

Già nell’Ottocento infatti il Valadier ripropone sui fondi il cromatismo del laterizio a cortina, e da allora, fino a tutto il periodo dell’eclettismo, tutti i toni di questo materiale (vero e simulato) tornano a prendere il sopravvento sui muri romani, nel rispetto della classica impostazione geometrica delle facciate.

GLI ERRORI CROMATICI PIU’ FREQUENTI

Ma in questi ultimi tempi per tutta Roma stiamo assistendo ad un velocissimo processo di “coloritura” che – a parte alcuni felici episodi – rischia di cambiare completamente l’aspetto percettivo cromatico globale della città.

Questo fenomeno si estende indistintamente per tutto il tessuto urbano, da quello rinascimentale e barocco a quello umbertino dell’eclettismo, nel quale i prospetti esterni dell’edilizia pubblica e privata, legata agli schemi tecnologici tradizionali della struttura muraria, erano disegnati nel rispetto della geometria e degli ordini classici, e realizzati con materiale in gran parte simulato, in un corretto cromatismo di superficie.

L’effetto illusionistico ottenuto permetteva così di realizzare, per questa edilizia, un’architettura di apparenza prestigiosa, grazie anche a maestranze altamente specializzate che, di padre in figlio, si tramandavano con antiche ricette di velature, scialbature e brodi vari, i segreti semplici, ma straordinari, di questa tecnica decorativa.
Negli edifici “restaurati” oggi viene negata in tutti i modi la presenza di quegli ordini architettonici in travertino e di quei fondi in laterizio; l’armoniosa bicromia scompare perché gli ordini vengono spesso ricoperti con la stessa tinta dei fondi; alcuni elementi di travertino (colonne, cantonali, portali, ecc.) sono spezzati visivamente in due parti e, mentre quella in vero travertino è lasciata a vista per tutta la sua altezza, la parte simulata in intonaco e stucco viene tinteggiata con un tono diverso, o spesso con il colore dei fondi, falsando così l’unità architettonica del prodotto originario; più spesso questi elementi appaiono “colorati” di bianco, di un bianco che certo nessun travertino ha mai avuto.

Un discorso a parte meriterebbero i basamenti, che a volte vengono tinti di un colore scuro (simulante forse il peperino?), fino ad un’altezza arbitraria, alterando i rapporti geometrici dell’intero prospetto, o, pur nel rispetto della geometria, vengono tinteggiati con colori gratuiti, decisamente errati, come l’arancio del bastione circolare del Quirinale…

….Una situazione analoga si determina negli edifici seriali, a schiera, che costituiscono i grandi isolati, perché l’intonaco viene spesso tinteggiato con colori che diversificano la singola particella edilizia, in una gratuità che ricorda l’aspetto pittoresco delle città di mare, e non certo il cromatismo sfumato, ma ben definito, del laterizio…

….Ma noi non abbiamo nessun diritto di cambiare i valori cromatici degli ordini in rapporto ai piani di fondo, perché una superficie architettonica non è come un abito intercambiabile secondo la moda o il gusto. Proprio perché questa superficie ha un ruolo fondamentale nella composizione di questo spazio, il suo colore è parte integrante dell’armonia compositiva della città, rappresentandone il sentimento e il carattere. E’ quindi grande la nostra apprensione quando le impalcature cominciano a coprire un “pezzetto” di questa Roma che, nonostante tutti i difetti, sentiamo nostra ed amiamo come parte integrante della nostra vita.

E’ ormai estremamente necessario intervenire – e con urgenza – per porre un argine a tanta libertà interpretativa, perché il fine del restauro cromatico di un edificio non è quello di migliorarne l’estetica, di renderlo “più bello”, di “ringiovanirlo”, tramite una nuova tinta applicata sulla superficie muraria, ma è quello di ripristinarlo in modo corretto, restituendolo semplicemente alla sua primitiva immagine cromatica… Si tratta di restituire al materiale di superficie (vero o simulato che sia) il suo tono originario, nascosto e mascherato da strati di smog e di tinte applicate erroneamente nel tempo, e individuabili oggi senza problemi, grazie alle tecniche odierne, attraverso analisi stratigrafiche. Si tratta quindi di “restituire” un tono, non di inventare un colore.

ALCUNI EDIFICI STORICI PRIMA E DOPO IL RESTAURO CORRETTO: Il Quirinale, il Palazzo Bonaparte verso Piazza Venezia, l’edificio verso Piazza Fontana di Trevi.